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venerdì 6 agosto 2010

TREMATE TREMATE LE MASCHE SON TORNATE...


I contadini e gli abitanti del Piemonte in passato credevano fermamente a streghe e diavoli: ogni volta che accadeva qualcosa di strano infatti si pensava che fosse stata opera delle MASCHE ossia delle streghe, degli esseri oscuri, degli spiriti...
Il termine MASCA è in effetti una parola molto antica e forse significa proprio "anima di morto" ma si adatta bene ad una serie di "personaggi" tipici del folklore della nostra zona.
Alcuni studiosi credono che la masca piemontese sia simile alla BORDA: strega Toscana che uccideva i bambini con una corda, conosciuta anche in Emilia Romagna ed in Lombardia.
Quello che è certo è che spesso la masca, oltre a essere cattiva e dispettosa, possedeva anche qualità sovrumane che davano del filo da torcere ai poveri mortali che la incontravano sulla loro strada...
Pensate che nelle valli del Cuneese (a cui io appartengo) si credeva che la masca, prima di morire, trovata la persona adatta a cui affidare la sua eredità di stregoneria, pronunciasse queste parole: "…a te lasu el grumisel" piuttosto che "... a te lasu el casul" tradotto letteralmente significa "ti lascio il gomitolo" piuttosto che "il mestolo"...
Persino una cugina di mia nonna (a detta di tutti una masca cattivissima) pare lascò l'eredità streghesca a qualcuno della famiglia.. chissa' che non mi sia pervenuta negli anni.. :)
Insomma figure pseudomitologiche mi hanno letteralmente affascinata.
Da bambina tediavo mia nonna, soprattutto nei pomeriggi invernali in cui andavo a trovarla, affinchè mi raccontasse (alla nausea ormai) tutte le storie delle masche... racconta che ti racconta anche da adulta ormai le masche sono "vicine di casa"...
Vi chiederete perchè tutto sto ciarlare sulle MASCHE.. è semplice! tutto sto parlare e scrivere e raccontare serve a giustificare il fatto che andando in giro a spasso per la campagna della Val Pellice, ed imbattendomi nel cartello "CIABOT D'LE MASCHE" (casa delle masche), ho deciso di fare una vista a questo luogo il cui nome mi ha subito catturata!
Potevo io non a visitare codesto luogo?
LA RISPOSTA è OVVIA.
Prima di tutto ho deciso di assoldare qualcuno di altrettanto curioso e spiritoso (soprattutto serve dello spirito!) quindi ho optato per coinvolgere il mio fidato compagno di scorribande EMBHE', la Nana (ovvero la mia sorellina che terrorizzo dall'infanzia con storie paurose) ed il suo fidanzato (che tanto lavora comunque in un campo affine.. avendo una ditta di pompe funebri!!!)... siamo partiti al calar della sera intenzionati a raggiungere il posto con una illuminazione degna... un po' di "ambient" che rendesse l'atmosfera "giusta"...
Ci sono voluti un po' di tentativi ma alla fine siamo arrivati sul posto.
Purtroppo il nome è rimasto invariato ma il luogo penso sia cambiato assai: intanto è raggiungibile con strada asfaltata e poi è abitato!! insomma non è così sinistro e spettrale come pensavamo: la signora che ci abita (e che abbiamo conosciuto mentre portava a spasso il suo cane) di ha parlato della zona, del perchè viene chiamata così e ci ha dato qualche consiglio sulle passeggiate da fare nel circondario.
"Ciabot d'le masche" è così chiamato perchè si racconta che proprio in quella zona si riunissero le masche del circondario per i sabba, pare esistesse anche una vecchia casa che adesso non c'è piu'.
la zona è immersa in un bosco bellissimo in cui fare passeggiate spettacolari.
Insomma bella serata, cielo spettacolare, sceneggiate della nana divertenti ma ... NIENTE MASCHE.
:(
La NANA però è pronta a giurare che la signora che abbiamo incontrato fosse una vera MASCA..
mentre parlavamo vedevo la mia sorellina sempre piu' nervosa e trepidante mentre fissava un albero.. sia lei che il fidanzato sono pronti a giurare di aver visto appeso ad un ramo un uccello decapitato... chi lo sa!
Io non ho visto niente e la signora mi è parsa così carina e garbata... insomma credo che per incontrare le MASCHE oggi serva un gran colpo di fortuna, oppure è necessario immergersi nelle vecchie tradizioni del folklore piemontese...
Comunque sia mai dire mai... quindi TREMATE, TREMATE LE MASCHE SON TORNATE!!!
IL CAPPELLAIO MATTO

lunedì 15 febbraio 2010

ADELINA E I TRE ANELLI

Nonna Genia (ovvero Nonna Eugenia) mi raccontava sempre questa storia che letteralmente ADORAVO. Adelina e i tre anelli... che ricordi. Così non trovandola in rete nè sui libri la trascrivo, così come la ricordo...
C'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell'altra.
Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle.
Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi...
La piu' grande delle sue figliuole si chiamava Margherita ed adorava la musica e il canto, quando non stava suonando o cantando passava il suo tempo a pettinarsi ammirandosi nello specchio.
La media si chiamava Rosa ed era bravassima a ricamare e quando non ricamava trascorreva le ore ad imbellettarsi e profumarsi.
La più piccola si chiamava Adelina, non aveva particolari abilità e dalla morte della madre si era fatta carico di tutta la famiglia: trascorreva tutta la giornata a svolgere le faccende di casa lavare, stirare, pulire, cucinare e sgobbare prendendosi cura di tutti...
Un giorno il padre pensò d'andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché mi hai tu chiamata?
- Ti ho chiamata per le mie figliuole.
- Menale qui ad una ad una: si sceglieranno la sorte colle loro mani.
Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
- La vostra fortuna è trovata!
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
- La prima scelta tocca a me poichè sono la maggiore. Sceglierò il meglio!
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
- Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
- Perché m'hai tu chiamata?
- Ecco la mia figliuola maggiore.
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro, uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui. (Naturalmente prese l'anello d'oro).
Con un sorriso beffardo la Sorte si congedò:
- Maestà, vi saluto!
fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:
- IO diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!
Il giorno dopo andò col padre l'altra figlia (Rosa).
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui. E, s'intende, prendo quello d'argento.
La Sorte con una smorfia beffarda ed un inchino saluto' e sparì:
- Principessa vi saluto!
Tornata a casa, la Rosa disse alla Margherita:
- Se tu sarai Regina, IO sarò Principessa!
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
- Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima... ma tanto che se ne fa di un anello? passa tutto il giorno a lavorare, non si acconcia mai come si deve, è sciatta e mal concia che c'è da vergognarsi per lei... sarà fortunata se le permetteremo di lavorare per noi!
E lei zitta.
Il giorno dopo anche Adelina andò col padre ad incontrar la Sorte.
Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
- Scegli, e Dio t'aiuti!
- Questo qui.
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
- Figlia mia scegli quell'altro...
Insistette il padre indicando quello d'oro. Ma lei no, testarda come un mulo strinse quello di ferro facendo segno di no col capo...
La vecchia non le disse nulla, e sparì.
Per la strada il sarto continuò a brontolare:
- Figliola... Perché non quello d'oro?
- Il Signore m'ispirò così.
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
- Facci vedere! Facci vedere!
Come videro l'anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.
E lei... zitta.
Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte e tutti eran curiosi.
Il tempo passava e Margherita, la sorella maggiore, fra una suonatina ed una spazzolata, un giorno aveva posato l'anello d'oro sul como' e adesso non lo trovava piu': non sapeva che una gazza ladra era entrata dalla finestra ed aveva rubato il suo tesoro perchè non s'era curata di "tenerlo da conto"come avrebbe dovuto..
Quanto alla Rosa, la seconda delle due sorelle, fra un imbellettata e l'altra, aveva tutto rovinato e rigato il suo anello d'argento tanto che sembrava una cianfrusaglia senza valore, a quel punto - stizzita - aveva gettato l'anello nel cesto del cucito... ed ora.. non lo trovava piu'...
Anche lei non s'era curata di "tenerlo da conto" come l'anello regalato dalla Sorte avrebbe meritato...
Adelina invece non si toglieva mai il suo anello di ferro, non era affatto prezioso ma ci era affezionata, e il lavoro di tutti i giorni pareva renderlo sempre piu' lucente e bello... tanto che al suo dito brillava come fosse fatto dei brillanti piu' luminosi ...
Spesso a fine giornata lo guardava con affetto pensando ch'era il piu' bel dono che avesse mai ricevuto.
Intanto il Re del Portogallo che aveva sentito parlare delle figlie del sarto e dei tre anelli della buona sorte, mentre era in giro per una battuta di caccia, decise di andarle a conoscere.
Voleva proprio vedere questi famosi anelli... ed era curioso di conoscere le tre fanciulle a cui la Sorte aveva dato questi grandi doni.
Le due sorelle piu' grandi appena il Re del Portogallo avanzare verso la loro casa sul suo cavallo bianco si sentirono quasi svenire per l'emozione e, sollevate per esser sempre bellissime, profumate ed imbellettate, gli corsero incontro. Adelina continuò ad impastare il pane e a svolgere le faccende di casa con il suo anello brillante al dito.
Impasta che ti impasta però, l'anello le scivolò dal dito e finì nel pane senza che la fanciulla se ne rendesse conto...
Tutto il pomeriggio Margherita e Rosa intrattennero il Re del Portogallo e la piccola Adelina non si fermò neppure un attimo a prender fiato continuando i suoi compiti quotidiani come se niente fosse.
Nel tardo pomeriggio il padre, tutto emozionato, rientrato da lavoro la cerco' e le disse:
- Adelina ma che fai! hai visto chi c'è di la con le tue sorelle il RE DEL PORTOGALLO!! svelta svelta vatti a cambiare e vieni di la con noi!! Il re ti vuole conoscere e vuol vedere i tre anelli!!!
- Va bene papà mio. tu intanto prendi il pane che ho appena cotto e offrine un po' al nostro ospite, mentre arriverò anche io.
E andò a cambiarsi.
Il Principe era stato sommerso dalle chiacchere delle due sorelle maggiori, ma si stava annoiando terribilmente ed aveva una gran fame. Figuratevi il sollievo quando il sarto gli offrì del pane appena sfornato, croccante e profumato... Al primo boccone era entusiasta:
- Ma, signore, chi ha fatto quest'ottimo pane?
chiese immediatamente
- Io! Io! Io!
saltaron su le due figlie maggiori
- è stata mia figlia Adelina, la terza, la piu' piccola.. è molto timida... ma si è andata cambiare e sta arrivando con il suo anello di ferro... è una strana ragazza, non mi do pace.. scegliere un anello di ferro scartando la possibilità di prender quello d'argeto o d'oro...
- Ah! a proposito di anelli..
disse il RE
- Sarei in effetti molto curioso di vedere i tre anelli della buona sorte
- ma certo Vossignoria..
fece il padre e mando' le due sorelle maggiori a prendere i loro.
Disperate Margherita e Rosa iniziarono a girovagare per la casa in preda al panico alla ricerca dei loro anelli che per imperizia avevan perso..
Mortificate e meste tornarono a mani vuote davanti al Re del Portogallo dicendo che avevan smarrito il loro prezioso dono della sorte.
Il Re del Portogallo si meravigliò di tanta stupidità e superficialità e stava per dire loro il suo parere in proposito quando si trovo' qualcosa di duro fra i denti. Era l'anello di ferro che Adelina aveva perso impastando il pane. Lo osservò bene. E vide quanto era brillante e lucido...
- .. quello è il mio anello maestà.. l'ho perso nella fretta di impastare il pane per voi... mi scuso..
disse in quel momento Adelina...
Certo la fanciulla non era imbellettata e pettinata a dovere come le sorelle ma era molto piu' bella di quanto il Re del Portogallo si potesse aspettare ed era garbata, gentile e lavoratrice. Il suo pane era il piu' buono che avesse mai mangiato perchè era stato preparato con un ingrediente fondamentale L'AMORE. L'amore per il prossimo e per le cose che si fanno. Il Re del Portogallo questo lo sapeva bene e Vedendo Adelina si innamorò perdutamente.
- Tu sei quella che stavo cercando Adelina, sarai la mia sposa. Hai saputo scegliere l'anello piu' modesto e senza valore e tramutarlo in un tesoro prezioso poichè tu sei un tesoro prezioso. La sorte ti ha donato un anello da poco ma tu hai saputo cambiare il tuo destino con le tue qualità mia regina...
La prese per mano e la condusse al castello con lui fra la gioia e la meraviglia del sarto.
Inutile dire che le sorelle maggiori diventaron verdi di invidia, si strapparono i capelli per la rabbia e piansero giorni e giorni interi per la loro mancata fortuna.
Divennero zitelle stagionate e morirono in solitudine sempre piu' inacidite.
Adelina invece diventò Regina del Portogallo, non smise mai di fare il pane per suo marito, e al dito porto' sempre quell'umile e semplice anello di ferro che tanto aveva cambiato la sua vita.
Ognuno sceglie la propria sorte e non sempre è oro quello che luccica...
:)
E VISSERO SEMPRE FELICI E CONTENTI!!!


IL CAPPELLAIO MATTO

venerdì 12 febbraio 2010

IL LIBRO DI FAMIGLIA

L'altra notte mi è venuta un'idea formidabile.
D'altronde sono un quarto di genio IO!!! ;)
Sin da bambina il mondo incantato dei libri e delle favole mi ha affascinata.. Ricordo ancora oggi le storie che in assoluto preferivo... A parte le canoniche "Cappuccetto Rosso", "Biancaneve", "La bella Addormentata"... ci sono storie appartenenti alla tradizione popolare che non tutti i bambini hanno la fortuna di conoscere e che alla fine della fiera risultano ad oggi quelle che mi piacevano di piu' e che ricordo perfettamente!
PINTO SMALTO, PIERINO PIERONE, ZELINDA E IL MOSTRO, NEVINA E FIORDAPRILE.. e tante, tante altre.
Se ci fossero ancora le mie nonne le torturerei per raccontarmele ancora e magari vaglierei l'ipotesi di registrare la loro voce per i posteri.. come raccontavano loro le fiabe (anche in dialetto!!!) non le racconta nessuno... Purtroppo non è possibile... :(
Avrei dovuto svegliarmi prima!
Una cosa però la posso fare, anzi VOGLIO FARLA!
Voglio raccogliere tutte le fiabe del mio passato, quelle della tradizione popolare della zona (che ancora ricordo), e quelle che nella ricerca troverò interessanti, e voglio riunirle tutte per farne un libro. Personale. Il Libro delle Fiabe della MIA FAMIGLIA. Anche Embhè sarà costretto a partecipare (e imparerà a raccontare le fiabe come si deve!)...
RACCONTARE LE FIABE è UN'ARTE ED OGNI FAMIGLIA HA LE FIABE CHE FANNO PARTE DELLA SUA STORIA E CHE CON IL TEMPO SI TRAMANDERANNO ...
"... C'era una volta una bambina che amava tanto sentire raccontare le fiabe alle sue nonne...."
IL CAPPELLAIO MATTO

PIERINO PIERONE OVVERO IL BAMBINO NEL SACCO



Pierino Pierone era un bambino alto così, che andava a scuola. Per la strada di scuola c'era un orto con un pero, e Pierino Pierone ci s'arrampicava a mangiar le pere. Sotto il pero passò la Strega Bistrega e disse:
Pierino Pierone dammi una pera
Con la tua bianca manina,
Ché a vederle, son sincera,
Sento in bocca l'acquolina
!
Pierino Pierone pensò: «Questa si sente l'acquolina in bocca perché vuole mangiare me, non le pere», e non voleva scendere dall'albero. Colse una pera e la buttò alla Strega Bistrega. Ma la pera cascò per terra, proprio dov'era passata una mucca e aveva lasciato un suo ricordo.
La Strega Bistrega ripeté:
Pierino Pierone dammi una pera
Con la tua bianca manina,
Ché a vederle, son sincera,
Sento in bocca l'acquolina
!
Ma Pierino Pierone non scese e buttò un'altra pera, e la pera cadde per terra, proprio dov'era passato un cavallo e aveva lasciato un laghetto.
La Strega Bistrega ripeté la sua preghiera e Pierino Pierone pensò che era meglio accontentarla. Scese e le porse una pera. La Strega Bistrega aperse il sacco ma invece di metterci la pera ci mise Pierino Pierone, legò il sacco e se lo mise in spalla.
Fatto un pezzo di strada, la Strega Bistrega dovette fermarsi a fare un bisognino: posò il sacco e si nascose m un cespuglio. Pierino Pierone che intanto, coi suoi dentini da topo, aveva rosicchiato la corda che legava il sacco, saltò fuori, ficcò nel sacco una bella pietra e scappò. La Strega Bistrega riprese il sacco e se lo mise sulle spalle.
Ahimè Pierino Pierone
Pesi come un pietrone
!
disse, e andò a casa. L'uscio era chiuso e la Strega Bistrega chiamò sua figlia:
Margherita Margheritone,
Vieni giù e apri il portone
E prepara il calderone
Per bollire Pierino Pierone
.
Margherita Margheritone apri e poi mise sul fuoco un calderone pieno d'acqua. Appena l'acqua bollì, la Strega Bistrega ci vuotò dentro il sacco. - Plaff! - fece la pietra, e sfondò il calderone; l'acqua andò sul fuoco e tutt'intorno e bruciò le gambe alla Strega Bistrega.
Mamma mia cosa vuol dire:
Porti i sassi da bollire?
disse Margherita Margheritone. E la Strega Bistrega saltando per il bruciore:
Figlia mia, riaccendi il fuoco,
Io ritorno qui tra poco
.
Cambiò vestito, si mise una parrucca bionda, e andò via col sacco.
Pierino Pierone invece d'andare a scuola era tornato sul pero. Ripassò la Strega Bistrega travestita, sperando di non esser riconosciuta, e gli disse:
Pierino Pierone dammi una pera
Con la tua bianca manina,
Ché a vederle, son sincera,
Sento in bocca l'acquolina
!
Ma Pierino Pierone l'aveva riconosciuta lo stesso e si guardava bene dallo scendere:
Non do pere alla Strega Bistrega
Se no mi prende e nel sacco mi lega
.
E la Strega Bistrega lo rassicurò:
Non sono chi credi, son sincera,
Arrivata son qui stamattina,
Pierino Pierone dammi una pera
Con la tua bianca manina.
E tanto disse tanto fece che Pierino Pierone si persuase scese a darle una pera. La Strega Bistrega lo ficcò subito nel sacco.
Arrivati a quel cespuglio, dovette di nuovo fermarsi per un bisognino, ma stavolta il sacco era legato così forte che Pierino Pierone non poteva scappare. Allora il ragazzo si mise a fare il verso della quaglia. Passò un cacciatore con un cane cercando quaglie, trovò il sacco e l'aperse. Pierino Pierone saltò fuori e supplicò il cacciatore di mettere il cane al suo posto nel sacco. Quando lí Strega Bistrega tornò e riprese il sacco, il cane lì dentro non faceva che dimenarsi e guaire, e la Strega Bistrega diceva:
Pierino Píerone non ti rimane
Che saltare e guaire come un cane.

Arrivò alla porta e chiamò la figlia:
Margherita Margheritone,
Vieni giù e apri il portone
E prepara il calderone
Per bollire Pierino Pierone.

Ma quando fece per rovesciare il sacco nell'acqua bollente, il cane furioso sgusciò fuori, le morse un polpaccio, saltò in cortile e cominciò a sbranar galline.
Mamma mia, che casi strani,
Tu per cena mangi i cani?
disse Margherita Margheritone. E la Strega Bistrega:
Figlia mia, riaccendi il fuoco,
Io ritorno qui tra poco.
Cambiò vestito, si mise una parrucca rossa e tornò al pero; e tanto disse tanto fece che Pierino Pierone si lasciò acchiappare un'altra volta. Questa volta non si fermò in nessun posto e portò il sacco fino a casa, dove sua figlia l'aspettava sull'uscio.
- Prendilo e chiudilo nella stia, - le disse, - e domani di buonora, mentre io sono via, fallo in spezzatino con patate.
Margherita Margheritone, l'indomani mattina, prese un tagliere e una mezzaluna e aperse uno spiraglio nella stia.
Pierino Pierone fammi un piacere,
Metti la testa su questo tagliere.
E lui:
Come? Fammi un po' vedere.
Margherita Margheritone posò il collo sul tagliere e Pierino Pierone prese la mezzaluna, le tagliò la testa e la mise a friggere in padella.
Venne la Strega Bistrega ed esclamò:
Margheritone figlia mia bella,
Chi t'ha messa lì in pade
lla?
- Io! - fece Pierino Pierone su dalla cappa del camino,
- Come hai fatto a salire lassù? - chiese la Strega Bistrega.
- Ho messo una pignatta sopra l'altra e sono salito.
Allora la Strega Bistrega provò a farsi una scala di pignatte per salire ad acchiapparlo, ma sul più bello sfondò le pignatte, cadde nel fuoco e bruciò fino all'ultimo briciolo.
Da Fiabe Italiane, di Italo Calvino
.. LA STORIA DI PIERINO PIERONE, IN ASSOLUTO LA PREFERITA DI TUTTI I BAMBINI CHE CONOSCO.. IO PER PRIMA!
IL CAPPELLAIO MATTO

mercoledì 1 luglio 2009

Sardegna: Terra di Fate e di misteri....


Dopo il famoso IMENEO (matrimonio mi sembra riduttivo...) io ed Embhè abbiamo deciso di fare una capatina in Sardegna (sua Terra d'Origine) per fare un salutino ai parenti sardi che non avevano potuto presenziare alla festa...
(Traduzione: abbiamo colto l'occasione al volo per spendere qualche giorno nella bellissima terra sarda scroccando ospitalità ai cordialissimi parenti... in maniera da continuare i festeggiamenti approfittando dell'ottimo cibo, del posto stupendo e della famosa ospitalità del parentado!)
Ho così conosciuto gli zii e i parenti di Embhè (e non solo! direi che ho conosciuto l'intero paese di Ovodda!!) e chiaccherando con uno di loro mi sono persa nella magia della Sardegna dei reperti archeologici, delle storie locali e delle leggende di questa bellissima Terra...
Ho così scoperto oltre ai Nuraghi - ormai famosi - le Domus de Janas... letteralmente "case delle fate". Sono disseminate in tutta l'isola e sono davvero affascinanti, appaiono così all'improvviso, scavate nella dura roccia, in mezzo alla bassa e secca vegetazione sarda, senza ombra di dubbio sono opera umana e senz'altro hanno comportato un lavoro minuzioso e lungo... ma che cosa sono in realtà?
Pare si tratti di tombe scavate nella roccia dalle popolazioni che vissero in Sardegna nel Neolitico, prime fra tutte quelle della cosiddetta "cultura di Ozieri", che fiorì nel periodo compreso fra il 4000 e il 3000 a.C. circa.
Le tombe, che spesso formano vaste necropoli, a volte sono molto elaborate e presentano un'anticamera, spesso dotata di nicchie scavate nelle pareti, e una camera su cui si affacciano numerose piccole celle nelle quali venivano deposti i defunti. Ne esistono alcune decorate con rilievi scolpiti o incisioni che spesso rappresentano motivi a spirale e corna ( simbolo della divinità maschile).
Scavate nella roccia viva, una vicino all’altra, pare che richiamino la struttura delle case dei sardi di quel tempo, ma si pensa che ne sia stata ridotta la dimensione: troviamo perciò grotticelle a forma di capanna rotonda con il tetto a forma di cono, ma anche con spazi rettangolari e a tetto spiovente, provviste di porte e di finestre.... Frequenti i simboli magici in rilievo come ornamento...
Ne esistono di diverse forme e dimensioni... Ma in realtà che cosa sono? Che funzione avevano?
Case delle Fate? Dimora per le anime dei morti? Piccoli Templi per le Divinità Agresti??
Chi può dirlo?
Quello che è certo è che ancora oggi resta un piccolo mistero la tecnica con la quale sono state realizzate, soprattutto in considerazione del fatto che una gran parte delle tombe furono eseguite scavando rocce dure (talvolta nel granito compatto) con i soli strumenti di pietra, gli unici posseduti dai Neolitici. Perlomeno questo è quello che diamo per scontato oggi.
Si parla di civiltà prenuragica: si citano Dolmen e Domus de Janas come espressione archittetonica di quell'epoca... Ma a parte le teorie di certo non si conosce nulla... Sta prendendo sempre più piede l'ipotesi che si tratti di luoghi di culto in cui venivano fatte offerte alla Dea Madre ed al Dio Toro... Luoghi magici dove gli uomini di quel tempo si recavano per avere un contatto con le divinità...
Quel che è certo è che hanno risvegliato in me una curiosità infinita.
E prima o poi è certo che faremo un viaggio in Sardegna alla scoperta delle Domus de Janas che si nascondono sull'isola.. chissà che non ne possa approfittare per visitare anche altre "Tombe dei Giganti" e, perchè no!?, i famosi "Pozzi Sacri" della civiltà nuragica....
Sardegna mia.. Terra di Fate e di Misteri....
IL CAPPELLAIO MATTO


giovedì 11 giugno 2009

13 giugno 2009

C'era una volta una bambina dagli occhi vispi e dalla pelle diafana, che viveva fra le montagne con la sua amata nonna. La bambina passava le sue giornate immersa nella natura, in compagnia degli angeli. Tutti i grandi, tranne la sua nonna, non credevano che lei vedesse davvero gli angeli e che la bambina parlasse con loro, perciò giorno dopo giorno fecero in modo che la bambina si convinse di essere strana e abbandonò i suoi amici invisibili.
Passarono gli anni, e la bambina diventò una fanciulla eterea ma scapestrata, tanto scapestrata che volle lasciare la valle che tanto amava per andare lontano, lontano, ad incontrare i suoi simili. Ma nonostante tanti sforzi, nel suo cuore restavano i profumi e i colori della sua terra, e gli occhi della sua amica più cara, che nel frattempo correva e correva, da brava lepre.
Nel corso degli anni, la ragazza strana era attratta sempre di più da persone ancora più strane, finchè incontrò una donna strana con dei capelli strani che viveva in una valle strana in una casa strana con una famiglia strana, che era così strana ma così strana che alla bambina venne il dubbio che invece che strana forse la donna dai capelli strani non era strana ma semplicemente speciale. Da allora tutto si chiarì nella sua anima, e si accorse di non desiderare la compagnia di persone strane, ma di persone speciali. Fu così che mollò chi meglio chi peggio tutte le persone strane che aveva incontrato fino a quel momento, e cominciò a soffrire mentre una fiammella si accendeva dentro di lei. La ragazza non ebbe paura della fiammella, e la lasciò crescere, e crescere, finchè non diventò una grande luce che la avvolgeva dovunque andava.
E intanto giorni di pioggia, di sole, di vento, passavano, passarono anche spaventose tempeste, ma la ragazza continuava a incontrare riconoscere ed accogliere persone speciali, e le invitava a camminare con lei lungo il sentiero, rendendosi conto che man mano la sua luce cresceva unendosi con quella dei suoi amici e delle sue amiche.
Un bel giorno, mentre la sua luce era nera come la mezzanotte, alzando gli occhi lungo il cammino la ragazza restò accecata da una luce grande grande, grande come la sua, ma proprio identica! La sua luce, allora, da nera cambiò colore, e si illuminò ancora di più, tanto da squarciare tutte le ombre e rischiarare la notte. La ragazza decise che non avrebbe mai più voluto lasciare quella luce, e che avrebbe addirittura potuto rinunciare al suo colore per regalargli nuove sfumature, se solo l'altra luce avesse voluto...
Così chiamò a raccolta tutte le persone che amava, tutte quelle la cui luce brillava di più quando c'era lei, e si accorse che ciascuna aveva un suo colore, strano...non strano: particolare, speciale. E per la prima volta capì, e riuscì finalmente a vedere il suo sentiero fino all'orizzonte, e ciò che vide furono la sua nuova luce immensa accompagnata in silenzio da tante altre piccole luci colorate, fino in fondo al cammino, in un grande prato verde illuminato sempre dal sole...perchè le persone speciali sanno che il sole c'è anche la notte, quando non si lascia vedere.
Perchè il segreto è
fare tutto come se
vedessi solo il SOLE.............

la Duchessa

giovedì 7 maggio 2009

Pintosmalto era napoletano

Care ragazze,
il Duca in questi giorni ha deciso di assecodare lo spirito nostalgico della mia protetta, cercando di farle sentire meno la mancanza delle vostre piccine facendola sghignazzare ironicamente sulla prova costume...e così lei ha deciso per rappresaglia di pubblicare una sua foto chiamandolo Pintosmalto (a lui e a quell'altro disgraziato che gli fa eco), e smanettando qua e là, ha trovato l'origine vera e sacrosanta di Pintosmalto! Essendoci di mezzo la Duchessa, non poteva che finire in linguistica, in varietà meridionali per la precisione: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t133.pdf

Cari saluti,
la vostra Tina.

martedì 3 marzo 2009

LIBERA TE STESSO









Una ragazzina ha deciso di dipingere un quadro con una casa in tempo per il compleanno della madre.
Nella sua mente il quadro è già finito, ella sa come attuarlo nel più piccolo dettaglio, resta soltanto di metterlo giù sulla carta. Prende la scatola con i colori, il pennello e lo straccio, e piena di entusiasmo e felicità si mette al lavoro. Tutta la sua attenzione ed interesse sono concentrati su ciò che fa, niente può distrarla dal lavoro in corso.
Il quadro è finito in tempo per il compleanno.
Con grandissima abilità ha ritratto la sua idea della casa: è un'opera d'arte perché è tutta sua, ogni pennellata è fatta per amore verso sua madre; ogni finestra, ogni porta ritratta con la convinzione che doveva essere lì.
Quand'anche possa sembrare una baracca, è comunque la più perfetta casa mai realizzata in un quadro; è un successo perché la piccola artista ha messo tutto il suo cuore e la sua anima, tutto il suo essere nel farlo.
Questa è salute; questo è successo e felicità e vero servizio: servendo per amore, in perfetta libertà, ognuno a modo suo.
E così scendiamo in questo mondo, sapendo quale quadro dobbiamo dipingere, avendo già tracciato un piano del nostro passaggio nella vita, e tutto quello che ci resta da fare è di metterlo nella sua forma materiale.
Andiamo avanti pieni di gioia ed interesse, concentrando tutta la nostra attenzione nel perfezionare quel quadro, con grandissima abilità, traducendo i nostri pensieri ed obbiettivi nella vita terrena in qualunque ambiente abbiamo scelto.
Poi, se seguiamo dall'inizio alla fine i nostri veri ideali, i nostri veri desideri con tutta la forza che possediamo, non c'è fallimento: la nostra vita è stata un successo splendido, sano e felice.
La stessa storiella della giovane pittrice illustra come, se lo permettiamo, le difficoltà della vita possano interferire con questo successo, salute e felicità, e ci distolgano dal nostro scopo.
La ragazzina sta dipingendo indaffaratamente e felicemente quando arriva qualcuno e le dice: "Perché non mettere la finestra qui e la porta lì, e poi il sentiero del giardino dovrebbe andare così". Il risultato nella giovane sarà di perdere totale interesse nel lavoro; può darsi che continuerà ma ora sta mettendo giù sulla carta soltanto "idee altrui".
Può scocciarsi, diventare irritata, infelice o impaurita nel rifiutare questi suggerimenti o incominciare a odiare il quadro e forse strapparlo: la reazione dipenderà dal carattere della ragazzina. Il quadro finale potrebbe essere una casa riconoscibile, però sarà imperfetta e un fallimento perché è l'interpretazione dell'idea altrui e non quella della ragazzina.
Non può servire come regalo di compleanno perché può darsi che non sarà completato in tempo e la madre dovrà aspettare tutto un altro anno per il suo regalo.
Questo è malattia: la reazione all'interferenza; questo è fallimento ed infelicità temporanea.
Questo accade quando permettiamo ad altri di interferire con lo scopo della nostra vita e impiantare nella nostra mente dubbio, paura e indifferenza.



tratto da "LIBERA TE STESSO" di Edward Bach


lepre

venerdì 31 ottobre 2008

31/10/2008 HALLOWEEN e JACK O' LANTERN...


E' la notte delle zucche illuminate.. La festa di Halloween infatti è simboleggiata in tutto il mondo dalla zucca svuotata dalla polpa, intagliata in modo da ricordare una faccia sogghignante. Al centro del vegetale è tradizione porre una candela accesa. Sistemata sulla finestra o davanti alla porta delle case, la zucca di Halloween allontana streghe e spiriti dalle abitazioni.
Ma come è nata l’usanza della zucca stregata? Tutto è iniziato molti anni fa, in una notte di Ognissanti…
.... quella notte in cui il fabbro irlandese, Stingy Jack, noto scommettitore e bevitore, si recò come d’abitudine al bar a bere la sua birra. Sulla strada incappò nel diavolo e insieme si recarono a bere. Per pagare la consumazione, Satana si trasformò in una moneta, che Jack riuscì a chiudere velocemente nel borsellino. Il diavolo cominciò a protestare e alla fine, per farsi liberare, promise al fabbro che non lo avrebbe più tentato per i successivi dieci anni.
Allo scadere del tempo, puntuale, il diavolo ritornò da Jack, questa volta sicuro di riuscire a rubare la sua anima. Ma Jack escogitò un nuovo inganno. Fece salire il diavolo su di un albero e, non appena questi arrivò in cima, incise una croce sulla corteccia del tronco, impedendo al maligno di tornare giù. Fu a questo punto che Jack propose un nuovo patto al diavolo: avrebbe cancellato la croce se gli avesse promesso di non reclamare più la sua anima. A Satana non restò che accettare.
Gli anni passarono e Jack morì. A causa dei troppi peccati commessi in vita gli fu negato l’ingresso in paradiso. Ma anche le porte dell’inferno rimasero chiuse per lui: il diavolo tentatore tenne fede all'antica promessa e si rifiutò di accogliere l’anima di Jack. Solo, al buio, il fabbro ottenne dal diavolo il dono di un carbone ardente che avrebbe dovuto illuminare la sua strada. Per farlo durare il più a lungo possibile, Jack mise il tizzone in una rapa che stava mangiando.
La tradizione vuole che ogni notte di Halloween il fantasma di Jack torni ad aggirarsi tra le tenebre facendosi luce con la sua lanterna spettrale. Quando, agli inizi del Novecento, gli irlandesi immigrarono in America, portarono con loro anche le tradizioni di Halloween e di Jack della Lanterna (Jack o’ Lantern). Nel Nuovo Continente, però, le rape scarseggiavano mentre erano abbondanti le zucche. E' nata così la tradizione della Zucca di Halloween o, appunto, Jack o’ Lantern.


IL CAPPELLAIO MATTO

mercoledì 27 agosto 2008

I 345 Volti di Cenerentola..


Quando parliamo di Cenerentola immediatamente pensiamo alla bionda e buona ragazza dai grandi occhi azzurri, maltrattata dalla matrigna crudele e sbeffeggiata dalle sorellastre cattive. Pensiamo all'intervento della fata buona, alla zucca che diventa carrozza, ai topini ed agli uccellini che la agghindano per il Gran Ballo, al Principe Azzurro (il nome del principe o l’abito??!!), alla scarpina di vetro ed a tutto il resto... Insomma quella che ricordiamo immediatamente è la versione fornitaci dai cartoni animati disneyani… Difficilmente qualcuno di noi si immagina una Cenerentola con gli occhi a mandorla o con la pelle scura. Eppure settecento anni prima che la fiaba comparisse in Europa, Cenerentola esisteva già in Cina. E la prima versione scritta risale all'antico Egitto. Marion Rolfe Cox in uno studio pubblicato a Londra nel 1893 ne aveva contate ben 345 versioni differenti. La più antica è riportata da Claudio Eliano, uno scrittore romano di lingua greca vissuto tra il I e il II secolo dopo Cristo; anche il mondo arabo ha la sua Cenerentola: una fanciulla che fuggendo via dalla festa dell'henné perde uno zoccoletto d'oro; mentre la variante vietnamita parla di Tam, una contadina orfana di madre, con una terribile sorellastra di nome Cam… La storia è sempre quella, ma ci sono delle differenze importanti tra i diversi racconti, che ci permettono di entrare attraverso la suggestione e la magia della parola narrata nella vita quotidiana di un villaggio, di una terra, di un popolo, di una cultura.
Ad esempio: nella storia vietnamita la protagonista viene uccisa dalla matrigna, ma grazie a successive reincarnazioni può tornare a vivere con il suo principe; In quella araba il principe non conosce nemmeno la futura sposa (infatti in quella cultura uomini e donne vivono separati fino al matrimonio) ma se ne innamora perdutamente lo stesso… e solo alla vista dello zoccoletto d'oro…Le varianti europee più famose sono invece quella di Giambattista Basile del 1636 "La gatta Cenerentola"; quella di Charles Perrault ne “I racconti di Mamma Oca”; o ancora quella dei Fratelli Grimm, in “Le fiabe più belle”. Ho dato un'occhiata alle versioni che ho trovato e ritengo che ne valga davvero la pena: in fondo la versione che ci hanno inculcato a suon di CARTONI ANIMATI è davvero la più noiosa!!!


IL CAPPELLAIO MATTO

venerdì 18 luglio 2008

L'Arte del Raccontare...


Ricordo molto bene che quando ero bambina adoravo tediare i miei nonni perchè mi raccontassero qualche storia.. Di norma si trattava delle favole tipiche che si raccontano ai bambini, ma molto più spesso si trattava di storie di vita vera o delle tipiche storie piemontesi sulle masche!!!... Devo dire che nonna Eugenia era specializzata nei racconti di fiabe che pochi conoscono (Pinto Smalto; Adelina; la Variante di Cenerentola Viziata), insomma non le solite fiabette inflazionate..
Il nonno materno, Chiaffredo, di solito mi raccontava delle sue avventure da giovane: a partire da quando la mamma l'aveva messo sul treno per andare a servizio e lui era terrorizzato perchè era la prima volta che si allontanava da casa (aveva 6 anni!!!), fino ad arrivare alla Seconda Guerra Mondiale e alla sua esperienza in Russia...
Ma i miei preferiti erano i racconti di nonna Caterina. Un po', immagino, dipendeva dall'ambientazione.. Infatti d'inverno, rigorosamente dopo aver fatto i compiti, più o meno al calare del sole (alle 16.00 di pomeriggio circa) attraversavo il prato che separa la casa dei miei gentitori dalla sua e mi accomodavo di fianco al suo "putagè" (tipica stufa piemontese che fa da calorifero, da forno e sulla quale si può cucinare) pronta per entrare nel favoloso mondo dei suoi racconti...
Lei aveva un dono magnifico: usava le parole per dipingere le situazioni e farti vivere e vedere quello di cui ti stava parlando. "L'arte del raccontare" lo chiamo oggi. Qualsiasi cosa ti raccontasse tu riuscivi a visualizzare quello che stava succedendo e ti ritrovavi all'interno del racconto. Era una cosa meravigliosa. Ogni sera un racconto diverso, il calore del putagè, il buio ed il freddo fuori dalla porta, lei che faceva maglia e mentre narrava... ed io rapita da questa magia...


IL CAPPELLAIO MATTO

martedì 11 marzo 2008

About Lepre


La lepre corre come un' ossessa in mezzo al bosco e improvvisamente incontra il cerbiatto sbracato sotto un albero che si fa una canna.'Che fai, sei matto?! Qua in mezzo alla natura, all'aria pulita, ti fai le canne?? Dai, alzati e corri con me che ci alleniamo!''Hai ragione' fa il cerbiatto. Lascia il mozzicone e si mette a correre con la lepre.Mentre corrono, incontrano la volpe, strafatta di cocaina.'Eddai!' dice il cerbiatto 'siamo qua in mezzo alla natura e sniffi la coca?! Vieni a correre con noi, che ti ossigeni i polmoni!''Avete proprio ragione' risponde la volpe e si mette a correre con loro.Più in giù incontrano il lupo, che sta tagliando un po' di eroina con la siringa pronta.'Ma non ti vergogni,siamo qua in mezzzo alla natura e ti buchi?!' gli fa la volpe 'Vieni a correre con noi, che ti ossigeni i polmoni!''Ma vedete un po' di andare a fanculo!' risponde il lupo 'Possibile che ogni volta che la lepre prende l'ecstasy ci dobbiamo mettere a correre come stronzi nel bosco???!!!'
PER GENTILE CONCESSIONE DEL VICINO VICINO...
:-)
IL CAPPELLAIO MATTO

giovedì 13 dicembre 2007

PINTO SMALTO..


Era la fiaba che in assoluto mi piaceva di più da bambina (insieme a quella di Adelina)!! Nonna Eugenia era obbligata a raccontarmela perchè la mettevo letteralmente sotto tortura... L'ho ritrovata in rete e detto fatto: ecco a voi "Pinto Smalto" (o "Smalto Splendente" è uguale...)!!!


Betta, che rifiuta di prendere marito, alla fine se ne impasta uno con le sue mani ed, essendole rubato da una regina, lo ritrova dopo mille travagli e, con grande arte recuperatolo, se lo riporta a casa.

C'era una volta un mercante che aveva una figlia unica e sola, che desiderava vedere maritata, ma, per quanto suonasse questo liuto, la trovava lontana cento miglia dai desideri suoi, perché questa testa sventata come fosse una scimmia tra le femmine odiava la coda e, come zona proibita e caccia riservata, negava il passaggio a ogni uomo e voleva sempre festa al tribunale suo, sempre vacanza nelle sue scuole, sempre feste di corte nella sua banca, tanto che il padre se ne stava come l’uomo più afflitto e disperato del mondo.
Un giorno, dovendo andare a una fiera, chiese alla figlia, che si chiamava Betta, cosa desiderasse al suo ritorno, e lei disse: "Tata mio, se mi vuoi bene, portami mezzo vaso di zucchero di Palermo e mezzo vaso di mandorle ambrosine, con quattro o sei boccette d’acqua di rose e un po’ di muschio e d’ambra. E dovresti anche portarmi una quarantina di perle, due zaffiri, un po’ di granatine e di rubini, un po’ di filo d’oro e, assieme a tutte queste cose, una madia e un rasoio d'argento". Il padre si meravigliò di queste richieste stravaganti e, tuttavia, per non contraddire la figlia, andò alla fiera e tornò portandole puntualmente tutto quello che aveva chiesto. La quale, avute queste cose, si chiuse in una camera e cominciò a fare un grande impasto di mandorle e zucchero, mescolato con acqua di rose e profumo. Poi cominciò a modellare un bellissimo giovane, a cui fece i capelli di fili d’oro, gli occhi di zaffiro, i denti di perle, le labbra di rubini, e gli dette tenta grazia che gli mancava solo la parola.
Fatto ciò, avendo sentito raccontare che un’altra statua era diventata viva per le preghiere di un certo re di Cipro, tanto pregò la dea dell’amore che la statua cominciò ad aprire gli occhi e, insistendo con le preghiere, si mise a respirare e, dopo il respiro, uscirono le parole e, alla fine, sciogliendo tutte le membra, cominciò a camminare. Con una gioia maggiore di chi ha conquistato un regno, Betta l’abbracciò e lo baciò e, presolo per mano, lo portò dinanzi al padre dicendogli: "Tata, signor mio, avete sempre detto che eravate desideroso di vedermi maritata e io, per contentarvi, mi sono fatto un marito secondo il mio cuore". Il padre, che aveva visto uscire dalla camera della figlia quel bellissimo giovane, che non aveva veduto entrare, rimase a bocca aperta e, vedendo tanta bellezza, che si poteva pagare un grano a testa per poterla ammirare, fu contento che si facesse questo matrimonio.
Si preparò una festa grande e, tra gli altri che ci vennero, ci capitò anche una regina sconosciuta che, alla vista della bellezza di Pinto Smalto – così lo aveva chiamato Betta – se ne incapricciò altro che per scherzo. E poiché Pinto Smalto, che aveva aperto gli occhi sulle malizie del mondo solo da tre ore e non sapeva intorbidare l’acqua, accompagnò fino alle scale le forestiere venute a onorare le nozze, ché così gli aveva detto la sposa, e, facendo lo stesso con quella signora, essa lo prese per mano e lo portò, piano piano, fino alla carrozza a sei cavalli che teneva in cortile, dove, tiratolo dentro, fece partire la carrozza verso le sue terre; e quell’ingenuo di Pinto Smalto, non sapendo cosa gli fosse successo, le diventò marito. Betta, dopo averlo aspettato per un pezzo e non vedendolo comparire, mandò a vedere se stava chiacchierando con qualcuno giù in cortile; mandò a guardare sull’astrico se fosse andato a prendere un poco d’aria; s’affacciò in stanzini e in ripostigli e, non trovandolo, capì che gli era stato rubato, bello com’era!
E, fatti pubblicare i soliti bandi e, dopo che nessuno si era presentato a riportarglielo, decise di andarselo a cercare per tutto il mondo, travestita da pezzente. E, incamminatasi così travestita, dopo qualche mese arrivò alla casa di una buona vecchia, che l’accolse con grande affetto; e, sentita la disgrazia di Betta e accorgendosi che era incinta, ne ebbe tanta compassione che le insegnò tre formule magiche: la prima, tricche varlacche, ca la casa chiove; la seconda, anola tranola, pizze fontanola; la terza, tafar’e tammurro, pizze ’ngongole e cemmino, raccomandandole di usarle solo quando ne avesse avuto un gran bisogno, perché ne avrebbe tratto un grande beneficio. Betta, anche se si meravigliò per questo regalo di crusca, disse tra sé: ' Chi raccoglie non perde, ogni briciola è utile. Chi sa quale buona fortuna è racchiusa in queste formule? '. E così dicendo, ringraziata la vecchia, si mise in cammino.
Dopo un lungo viaggio, arrivata in una bella città chiamata Monterotondo, se ne andò dritta dritta al palazzo reale, dove chiese, per amore del cielo, un po’ di ricovero nella stalla, perché era vicina al parto. Sentendo ciò, le damigelle di corte le fecero dare una cameretta in mezzo alle scale, dove stando la poveretta vide passare Pinto Smalto, per la qual cosa ebbe tanta gioia, che fu in punto in punto di scivolare dall’albero della vita. Ma, poiché si trovava in così grande necessità, volle fare la prova con la prima formula datale dalla vecchia. E, dicendo tricche valcarre, ca la casa chiove, si vide comparire davanti un carrettino tutto d’oro, tempestato di pietre preziose, che si muoveva da solo per la stanza: che era una meraviglia a vedersi! Vista la qual cosa, le damigelle lo dissero alla regina che, senza perdere tempo, corse nella camera di Betta e, veduta questa magnifica cosa, le chiese se glielo voleva vendere, che l’avrebbe pagato quanto avrebbe chiesto. La quale rispose che, anche se pezzente, teneva più al suo piacere che a tutto l’oro del mondo e, perciò, se voleva il carrettino, avrebbe dovuto farla dormire una notte con il marito. La regina restò meravigliata della follia di questa poveretta che, sebbene pezzente, rinunciava alla ricchezza per un capriccio, e decise di papparsi quel bel boccone e, drogando Pinto Smalto, lasciare la poveretta contenta e malpagata.
E – venuta la Notte, quando le stelle del cielo e le lucciole della terra escono a farsi vedere – la regina, dato un sonnifero a Pinto Smalto , lo fece coricare accanto a Betta; il quale tanto faceva quanto gli dicevano di fare, non s’era ancora gettato sul materasso che già dormiva come un ghiro.
La povera Betta, che quella notte credeva di rifarsi di tutti gli affanni passati, accorgendosi che nessuno l’ascoltava, cominciò a lamentarsi forte, rimproverandogli tutto quello che aveva fatto per lui. E l’addolorata non chiuse mai bocca e l’addormentato non aprì mai gli occhi, finché il Sole usci con l’acquaforte a separare le ombre dalla luce, quando la Regina scese giù e si prese per mano Pinto Smalto, dicendo a Betta: "E, allora, sei contenta?". ' Che tu possa tenerti questa contentezza per tutta la tua vita ' rispose tra sé Betta, ' perché io ho passato una notte così brutta, che me ne ricorderò per qualche giorno. '
Rimasta sola, e non potendo più resistere, la poveretta volle fare la seconda prova con la seconda formula e, dicendo anola tranola, pizze fontanola, vide comparire una gabbia d’oro con un bellissimo uccello di pietre preziose e d’oro, che cantava come un usignolo. La qual cosa fu vista dalle damigelle, e riferita alla Regina, che volle vederlo; e, avendo fatto la stessa richiesta che aveva fatto per il carrettino e avendo Betta risposto lo stesso della prima volta, la regina, che aveva previsto e sperimentato l’inganno, promise di farla dormire col marito. E, presasi la gabbia con l’uccello e venuta la notte, diede il solito sonnifero a Pinto Smalto e lo mandò a dormire con Betta nella stessa camera dove aveva fatto preparare un bel letto. La quale, vedendo che dormiva come uno scannato, cominciò a fare lo stesso lamento, dicendo cose che avrebbero mosso a compassione una pietra e, piangendo e graffiandosi tutta, passò un’altra notte piena di tormenti. Appena fu giorno, la regina scese a riprendersi il marito, lasciando la povera Betta fredda e gelata, a morsicarsi le mani per lo scherzo che le era stato fatto. Ma, uscendo il mattino Pinto Smalto per andare a cogliere quattro fichi in un giardino fuori la porta della città, gli si avvicinò un robivecchi, che abitava muro a muro con la camera di Betta e che non aveva perduto una parola di quello che lei aveva detto, e che riferì punto per punto il tormento, i pianti e i lamenti della sfortunata pezzente. La quale cosa sentita il re, che già cominciava a cambiare senno, s’immaginò come potesse essere andata la cosa e pensò che, se gli capitava un’altra volta d’essere mandato dormire con la poveretta, non avrebbe bevuto quello che le faceva dare la Regina.
Ora, volendo Betta fare la terza prova e, dicendo la terza formula magica: tafaro e tammurro, pizze e ‘ngolgole e cemmine, comparvero una quantità di stoffe di seta e d’oro e di cinture ricamate con una conchiglia d’oro, che neanche la regina stessa avrebbe potuto mettere insieme così belle galanterie. Le quali cose avvistate dalle damigelle, avvisarono la padrona, che pensò di prendersele come aveva fatto con il resto e, avuta la stessa risposta da Betta, che, se le voleva, lasciasse dormire il marito con lei, la regina, dicendo tra sé: ' Che ci perdo a contentare questa contadina per portarle via queste belle cose? ' e, pigliatesi tutte queste ricchezze che le offrì Betta – quando sul tardi venne la Notte, perché doveva rispettare gli obblighi contratti con il sonno e con il riposo – dette il sonnifero a Pinto Smalto. E lui, trattenendolo in bocca e fingendo d’andare a scaricare la vescica, lo sputò in una camera e, coricatosi accanto a Betta, essa cominciò a cantare la stessa canzone, raccontando come l’aveva impastato con le sue mani con lo zucchero e con le mandorle, come gli aveva fatto i capelli d’oro e gli occhi e la bocca di perle e di pietre preziose, come lui le era debitore della vita, datagli dagli dei per le sue preghiere, e, alla fine, come le era stato rubato e essa, incinta e prossima a partorire, l’era andato cercando con tanti patimenti, che il cielo risparmi a ogni carne battezzata. E, in più, come aveva dormito altre due notti con lui, e dato in cambio due tesori, e non aveva potuto avere neanche una parola, al punto che questa era l’ultima notte di speranza e l’ultimo termine della vita. Pinto Smalto, che era sveglio, sentite queste parole e ricordando come in sogno quello che era accaduto, l’abbracciò e la consolò come meglio seppe. E – poiché la Notte era uscita con la maschera nera a guidare il ballo delle stelle – si alzò piano piano ed, entrato nella camera della regina, si riprese tutto quello che aveva rubato a Betta e tutti i gioielli e i denari che erano nello scrittoio, come risarcimento per le sofferenze patite. E, tornato dalla moglie, se ne partirono subito e tanto camminarono finché uscirono dai confini di quel regno, dove si fermarono in un buon albergo, dove Betta dette alla luce un bel maschio. E, quando si fu alzata dal letto, si avviarono verso la casa del padre, dove lo trovarono sano e vivo e, per il piacere di rivedere la figlia, divenne allegro come un ragazzo di quindici anni; e la regina, non trovando né il marito, né la pezzente, né i gioielli, si graffiò tutta e non mancò chi le disse:
"chi imbroglia, non si dolga s’è imbrogliato."


IL CAPPELLAIO MATTO

giovedì 6 dicembre 2007

LA DONNA SCHELETRO


Sto leggendo un Libro molto bello "Donne che corrono coi Lupi". Questa è una delle tante storie narrate che mi ha profondamente colpita... Perdonerete la lunghezza del post e il fatto che io abbia riassunto il commento della novella... Per ovvi motivi! Una cosa soltando va ancora detta: nonstante il titolo questo è davvero un libro per tutti DONNE e soprattutto UOMINI!

LA DONNA SCHELETRO Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l'aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L'amo del pescatore scese nell'acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: "Ne ho preso uno proprio grosso!" Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all'amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all'amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d'avorio.
Quando si volse, l'intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak."Ah!", urlò l'uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.Alla fine l'uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all'interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell'oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.Ma quando accese la lampada all'olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. "Ecco, ecco", prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola - non osava - perché altrimenti quel cacciatore l'avrebbe presa e gettata agli scogli.All'uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall'occhio di chi sogna, quando c'è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all'uomo. La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d'improvviso sentì un'immensa sete. Si trascinò accanto all'uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell'unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.Frugò nell'uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: "Carne, carne, carne!". E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell'altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.
L'incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro fa sì che molte relazioni falliscano. Per amare bisogna essere non solo forti, ma anche saggi. La forza viene dallo spirito. La saggezza viene dalla Donna Scheletro. La Donna Scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile fatto di devozione.
Il ritrovamento accidentale del tesoro: In questo racconto il pescatore trova molto più di quello che si sarebbe aspettato. Non si rende conto di sollevare il tesoro più allarmante che gli sarà dato di conoscere, più di quanto egli possa governare. Non sa di dover venire a patti, che tutti i suoi poteri saranno messi alla prova. Restare inerti e limitarsi a sognare l'amore perfetto è facile. Fingiamo di poter amare senza che muoiano le nostre illusioni sull'amore, fingiamo di poter andare avanti senza che muoiano le nostre aspettative superficiali, fingiamo che le nostre ebrezze e i nostri impeti preferiti non moriranno mai. Muore l'illusione, muoiono le aspettative, la bramosia di avere tutto, il desiderio di prendere solo il bello, tutto questo muore.Non appena scopriamo con chi abbiamo a che fare, il primo impulso è gettarlo via. Le relazioni spesso vacillano quando passano dalla fase dell'anticipazione a quella in cui bisogna affrontare quello che in realtà è preso all'amo. Amore significa restare quando ogni cellula dice: "Scappa". Paradossalmente, quando uno dei due innamorati tenta la fuga, la relazione è investita da più vita. E più si crea vita, più il pescatore è spaventato. E più corre, più si crea vita. La fase della corsa e del nascondimento è quella in cui gli amanti tentano di razionalizzare la loro paura dei cicli Vita/Morte/Vita. Dicono: "Può andare meglio con un altro", oppure "Non voglio rinunciare a..", o "non voglio cambiare la mia vita", "affrontare le mie e le altrui ferite", "non sono ancora pronta"; "non voglio essere trasformato". Si cerca disperatamente un riparo e il cuore batte, non perché si ama e si è amati, ma per vigliacca paura. Abbiamo trovato un tesoro, e cerchiamo di fuggire. Ma alla fine tutti dobbiamo baciare la strega. Tutti quelli che non sono pronti, hanno bisogno di tempo, sono comprensibili, ma solo per un breve periodo. La verità è che mai nessuno è completamente pronto. Per amare il piacere non ci vuole molto, per amare davvero ci vuole un eroe capace di governare la propria paura. La nostra segreta fame di essere amati è il non-bello. Tre cose differenziano il vivere con l'anima di contro al vivere solamente con l'io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l'amore profondo.

IL CAPPELLAIO MATTO

martedì 4 dicembre 2007

Da che mondo è mondo Cappuccetto Rosso...


Rischia grosso...

Stanotte delirio... Ho commesso l'errore di andare a nanna dopo aver letto un trattato sulle fiabe.. La favola trattata era Cappuccetto Rosso (appunto):

Da Fiabe e Metafore alchemiche
CAPPUCCETTO ROSSO O IL MERCURIO
Con l’inseparabile cappuccio e la sua borsa in mano, Cappuccetto Rosso salta nella fiaba come il dio Mercurio, messaggero e portatore di farmaci. Ella è anche l’elemento chimico mercurio nascosto nella pietra cinabrina, oppure discolo e scorrevole come argento vivo. L’alternanza cinabro-mercurio (HgS – Hg) rappresenta nell’alchimia cinese il passaggio dalla morte alla vita, l’eterna resurrezione. (*)
Cappuccetto Rosso, la bimba della fiaba dei Grimm e di Perrault, è un piccolo dio Mercurio aleggiate nei boschi di castagni e di querce. Messaggera tra la mamma e la nonna, con il paniere contenente focaccia e vino (o burro), ella compie le mansioni del dio dai piedi alati, viandante, portatore di farmaci e consolazioni, intermediario. Del romano Mercurio (o del greco Hermes, del germanico Odino – Wotan, dell’etrusco Turm) ha alcuni attributi peculiari. Innanzi tutto quel suo cappuccio, da cui prende il nome. Mercurio è una divinità col cappello, il pètaso, qualche volta accompagnato da una mantellina. Wotan è descritto con il volto coperto da u cappuccio. Il cappello-cappuccio protegge il dio nei suoi viaggi e lo nasconde nelle sue furfanterie. Che quel copricapo fosse rosso è difficile stabilire, ma rosso era il cappello dei Frigi, rossi i capelli di Mercurio, violetta la mantellina di un Mercurio rappresentato in un dipinto murale sul viale dell’Abbondanza a Pompei. Loge, il demone del fuoco compagno preferito di Wotan, indossava un cappuccio e una mantellina rossa. Di Mercurio, Cappuccetto rosso ha anche la borsa, con cui reca le “medicine” alla vecchiaia”. Con Wotan la piccina condivide l’inquietante rapporto con un lupo. Rivelazioni essenziali di Mercurio (1) sono l’incontrare e il trovare e la sua tendenza ad associarsi volentieri a qualcuno (amalgamarsi?), tendenza quest’ultima che rende Cappuccetto Rosso affabile, ma la conduce anche a fidarsi della compagnia poco raccomandabile di un figuro incontrato per caso.
L’equiparazione della bambina del bosco alle divinità mercuriali è un primo passo per giungere all’equiparazione chimica di Cappuccetto Rosso al metallo liquido, il mercurio. Come il dio dai piedi alati, il mercurio è lo scorrevole, l’intermedio, il disceso dall’alto. Nella nostra esegesi metallurgica, esso si candida subito a scivolare tra le paginette della fiaba della bambina messaggera e a fornirle il suo senso ermetico. Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura naturale, e di colore grigio lucente, volatile, solvente dell’oro e dell’argento. Ha peso atomico 200,61 e numero atomico 80; è vicinissimo dunque all’oro che ha peso atomico 197,2 e numero atomico 79. Fino ad epoca recente si tentò di trasformare un elemento nell’altro e non può escludersi che ciò sia avvenuto in minute proporzioni, Il suo simbolo è Hg, dal nome latino del metallo Hydrargirium, che significa “argento liquido” o “argento vivo”. Il nome attuale gli fu dato dagli alchimisti nel VI secolo. Essi adottarono il simbolo del pianeta Mercurio per indicare l’argento vivo, così connettendo il metallo fluido al pianeta dalla rotazione più veloce e al dio alato. In alchimia il mercurio non designa solo il metallo grigio, ma un più generale principio umido e passivo, femminile, sottoposto al principio secco e attivo, lo zolfo, come la donna soggiace all’uomo. Il mercurio dei cinesi (2) il shui yin, corrisponde al drago e agli umori del corpo, al sangue, al seme. L’alchimia cinese contrappone il mercurio non allo zolfo, ma al solfuro di mercurio (HgS), il cinabro, che è il minerale rosso entro cui il mercurio è catturato, racchiuso in natura. Se si sottopone il cinabro ad arrostimento (calcinazione) si libera mercurio, secondo la reazione: dalla polvere rossa del cinabro il mercurio riemerge come goccioline splendenti, a rappresentare la rigenerazione attraverso la morte (la combustione).
Si ottiene il cinabro come polvere di un bellissimo rosso vivo. L’alternanza cinabro\mercurio è, per gli alchimisti cinesi, simbolo della morte e della rinascita, della perpetua rigenerazione, alla maniera della Fenice che rinasce dalle sue ceneri. Ma non si dà vera morte, e il cinabro, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, è simbolo di immortalità. Esso è rosso come il sangue, che sempre si rigenera nel corpo umano, e quindi può procurare il ringiovanimento e l’immortalità. Pau Put’zu prescrive di «mescolare tre libbre di cinabro con una libbra di miele, far seccare tutto al sole e ricavarne pillole della grandezza di un grano di canapa: dieci di queste pillole, prese nell’arco di un anno, fanno diventare neri i capelli bianchi e fanno rispuntare i denti caduti, e se si continua oltre l’anno si ottiene l’immortalità». (3)
Dentro il corpo umano gli alchimisti cinesi individuavano, nelle parti più segrete del cervello e del ventre, i tan- t'ien o «campi di cinabro» ove si preparava l'embrione dell'immortalità. Attraverso la meditazione si raggiunge uno «stato caotico» che consente di penetrare nei «campi di cinabro», ovvero nella Montagna mitica K'ouen-louen, abitata da Immortali (4).
Il cinabro è la forma quasi esclusiva nella quale si trova il mercurio in natura. Esso si presenta come concrezioni o spalmature su altre rocce, di colore rosso intenso, variabile dal rosso cocciniglia al rosso bruno. È proprio per questo rosso rifugio nella pietra cinabrina che il mercurio, il metallo del dio dal cappuccio, entra nella fiaba come Cappuccetto Rosso.
Da tempi antichissimi il cinabro, naturale o ottenuto dal mercurio solfurato, è usato come colorante vermiglio (vermiglione) per la pittura ad olio o per tessuti, in virtù del suo fortissimo potere ricoprente.
Il mercurio dagli alberi
Nel Medio Evo era invalso l'uso di far condensare i vapori di mercurio che salivano dal cinabro combusto sulle foglie fresche degli alberi a fogliame largo (5). Questo procedimento si realizzava in grande all'aperto nei boschi, o entro appositi locali a campana, nei quali erano posti il combustibile, il cinabro e gli alberelli di condensazione. […]
«Ouverture» della fiaba. Possiamo ricapitolare le proprietà del mercurio ricordando che esso si amalgama con gli altri metalli, è usato nella cura dei malanni e nella purificazione dei metalli preziosi e si trova in natura in una forma quasi esclusiva: il rosso cinabro. Esso è altresì l'unico metallo liquido, scorrevole, sfuggente. La fiaba dei Grimm (8) inizia narrando di una cara ragazzina; «solo a vederla le volevan tutti bene» La generale amorevolezza già accenna ad amalgami mercuriali, ma il mercurio si fa avanti più palese alla menzione dell'abbigliamento della piccina. La nonna le aveva donato «un cappuccetto di velluto rosso, e, poiché le donava tanto 'essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso?. La piccolina è protetta e occultata nel suo cappuccio rosso, che la identifica come «mercurio» nella qualità di metallo nascosto nella pietra vermiglia e solo in quella. Essa ricorda anche il Mercurio divino col suo immancabile pètaso sul capo. Messaggero e ristoratore, come il dio e come il metallo, la bambina si rivela subito, allorché la mamma le dice: «Eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà...». Dama etrusca (part. da una tomba di Tarquinia); il cappuccio rosso, la giovane età, e l'atteggiamento generale fanno pensare ad una
"antenata" della favola dei fratelli Grimm. Appena giunta nel bosco, Cappuccetto Rosso incontra il lupo che subito le chiede ove ella vada. La risposta della bambina è un vero enigma. Alla domanda del lupo: «Wo wohnt deine Grossmutter?»-(dove abita la tua nonna?), Cappuccetto Rosso risponde «Unter den drei grossen Fichbäunen.» (sotto le tre grosse querce), come se la nonna abitasse sotto gli alberi e precisa: «Da staht ihr Haus» (Là sta la sua casa). Poi aggiunge «Untern sind die Nusshecken. (sotto sono i noccioli). Come possono i noccioli essere sotto. la casa? Questa strana descrizione della nonna sotto le querce e sopra i noccioli acquista senso se si immagina la casa della nonna come la camera a volta per l'estrazione alchemica del mercurio. Lì gli alberelli sono dentro la casetta; sotto gli alberelli sono le fascine (noccioli?), su cui è posta la pietra di cinabro (la nonna?) (9). La triplice quercia fornisce un altro richiamo mercuriale. Il grande albero fronzuto rimanda all'albero gigante della mitologia nordica, al frassino di Wotan- Odino, Yggdrasill. La triplicità del tronco si addice al germanico Mercurio, che era infatti rappresentato da tre persone: Odhinn, Vili e Vé. Per altro anche il metallo mercurio è uno e trino. «La nostra pietra. si legge nel Manuscriptum di P.G. Fabre - si presenta trina ed una: trina perché in essa sono il sale, il mercurio e lo zolfo, una perché questa triade costituisce un oggetto omogeneo e affine... Esso contiene il simbolo della divinità che è trina ed una». […] In una nota fiaba dei Grimm la piccola nel bosco è sdoppiata. Le metamorfosi della viaggiatrice (che è Odino-Mercurio) sono ripartite tra un fratellino e una sorellina. L’albero, che come Yggdrasill presenta un'ampia cavità, si incontra subito. «La sera giunsero in un gran bosco ed erano così stanchi per il pianto, /a fame e il lungo cammino, che si misero dentro un albero cavo e si addormentarono. La mattina dopo, quando si svegliarono, il sole era già alto nel cielo e i suoi raggi penetravano ardenti nell'albero... Strana dizione questa, che fa intravedere tra le chiome «l'igneo fulgore» del re longobardo, e che si trova anche nella fiaba di Cappuccetto Rosso: «Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e ... vide i raggi del sole danzare attraverso gli alberi...». I bambini proseguono nel loro cammino e incontrano tre sorgenti. Sono tre le sorgenti a cui portano le radici del frassino Yggdrasill. Ad una di queste sorgenti si recò Odino, e chiese di bere un sorso, ma l'ottenne solo al costo di subire una trasformazione. Il fratellino ha sete, ma alla prima sorgente può bere solo trasformandosi in tigre, alla seconda deve trasformarsi in lupo, alla terza cede alla sete e si trasforma in un capriolo. La trasformazione cui Odino è costretto per abbeverarsi alla fonte consiste nella perdita di un occhio. Nella fiaba che stiamo commentando è la sorellastra dei due bambini che compare in scena «con un occhio solo». Alla fanciulla trovata nel bosco, che nel contempo è diventata regina e madre, tocca un'altra sorte che ci riporta d'improvviso in mezzo ai rituali infuocati dei boschi del mercurio. Ella è trascinata in uno stanzino dove è sottoposta a combustione e sublimazione: «Ma nella stanza da bagno avevano acceso un fuoco d’inferno, così che la bella giovane regina ne fu presto soffocata...». Ella diviene una silenziosa immagine di sogno, che appare tre volte nella stanza oscurata del bambino, sinché, alla terza, richiamata dal re, torna in vita «fresca, rosea e sana». Lo stanzino infuocato corrisponde alla pancia del lupo. Il Lupo - Sulla via che conduce alle tre querce, Cappuccetto Rosso ha incontrato il lupo. Il lupo è un'altra manifestazione del mercurio, un altro tramite attraverso cui il metallo cangiante si affaccia nella fiaba. Il lupo della fiaba ha tutte le malizie ed insidie del cloruro mercurioso, che già conosciamo col nome di calomelano (il «bel nero») come prodotto medicinale bianco e dolciastro.
In una favola dei Grimm, che possiamo considerare una variante di Cappuccetto Rosso, incontriamo un altro lupo truccato. È la favola de Il lupo e i sette caprettini (i sette metalli?) (11). Il lupo cattivo, per non farsi riconoscere, mangia prima un grosso pezzo di creta «e così s'addolcì la voce», poi s'imbianca la zampa di farina. Riuscirà a farsi aprire la porta e ad inghiottire i piccoli imprudenti. Dolce, bianco e infido come il calomelano. Il nome alchemico del cloruro mercurioso era, come s'è detto, quello di draco mitigatus, dragone attenuato, mostro nascosto. Questa è la natura del lupo delle fiabe, e precisamente anche quella del calomelano che, per azione degli agenti naturali, si trasforma in una mistura corrosiva grigio-nera, che contiene sublimato corrosivo. Da dolce e mite il lupo si trasforma in caustico e vorace, da bianca polvere in cenere spaventosa. Il mostro nascosto si svela, esprimendo, di fronte all'innocenza della pietra naturale, le pericolose proprietà del mercurio officinale. Il .dragone attenuato si informa sul percorso della bambina e sulla casa della nonna. Con voce suadente il lupo s'impegna poi ad indurre la bambina a perdere il tono sostenuto e contegnoso e abbandonarsi a una dolce festosità dionisiaca. «Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? Perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!». La bambina si lascia sedurre, se ne va fuori del sentiero. e si perde in cerca di fiori. Lo strappo del fiore è il momento della violazione originaria, l'apertura della via verso gli Inferi, che sono in agguato nelle profondità del bosco. Anche Proserpina è intenta a cogliere fiori quando s'apre per lei la via dell'Ade. Qui pure c'è un Ade appostato: il lupo. «Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.» Da qui è tutto un precipitare verso l'antro infernale che s'apre con la bocca spalancata del lupo e si chiude con il suo ventre ingordo: Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e s 'incamminò. Il lupo era intanto arrivato alla casetta della nonna. Dopo l'arrivo del lupo, la casetta nel bosco rappresenta un recesso infero, la apertura del precipizio. Il lupo, con le sue fauci spalancate, va a farvi la parte della bocca della fornace, pronta ad accogliere le rosse pietre del cinabro. Prima egli inghiotte le esaurite ossa della nonna, quindi si dispone ad attendere l'arrivo del bocconcino tenerello, della fresca rossa pietra cinabrina. Egli compie il rituale dell'imbiancamento dell'aspetto e dell'addolcimento della voce, come nella fiaba dei Sette Caprettini. All'arrivo della piccina, rivela via via la sua natura e infine spalanca la bocca spaventosa e inghiotte tutta intera Cappuccetto Rosso. Il ventre del lupo è una caverna nel folto bosco. Vi giace, nell'oscurità, una bella sepolta o addormentata in attesa di un liberatore. Minerale racchiuso nella miniera, o pietra gettata nel forno; il cinabro attende di tornare scintillante mercurio. Il salvatore appare nelle vesti di un cacciatore; la spada che trafigge la belva sono un paio di forbici affilate, che tagliano la pancia del lupo addormentato. La ricomparsa della bambina-mercurio è annunciata da uno splendore, da una luce che emerge dall'oscurità. «Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso e dopo altri due la bambina saltò gridando: - Che paura che ho avuto! Com'era buio nel ventre del lupo!». Luce che splende nelle tenebre, vita che si rigenera, Cappuccetto Rosso torna, come la Fenice, a rinascere dopo la combustione.
Per Attilio Mordini «il senso più profondo della fiaba di Cappuccetto Rosso è quello del momentaneo sopravvento del male sul bene, simile al sopravvento di Renris sugli asi nel crepuscolo degli dei per i germanici; e, nella versione dei fratelli Grimm, il cacciatore, che con la sua scure sventra il lupo, è anche figura della redenzione finale e del trionfo del bene e dell'essere.» (12).
In realtà, è proprio attraverso il passaggio agli Inferi -o in altre parole, il tragitto nel ventre- forno del lupo - che la bambina conquista la luce. Che la pancia del lupo sia forno per la Combustione delle pietre, come quello che si usa per la sublimazione del cinabro, è attestato dall'operazione che la bambina salvata compie in chiusura della fiaba.

«E Cappuccetto Rosso corse a prendere dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo».

Insomma.. i miei sogni invece erano più simili ad un famoso film horror del 1984 (se non erro), "IN COMPAGNIA DEI LUPI" di Neil Jordan, in cui la tematica è molto più morbosa e " a sfondo sessuale" (Figurati!!) con una vena demenziale di fondo....
IL CAPPELLAIO MATTO